INQUINAMENTO ANGLOFONO - 17 giugno 2006
Monolingua dominante - Guido Ceronetti
IN un raro articolo su queste colonne («La Stampa» 9 giugno) Paola Mastrocola si rattristava che l'occupazione trionfante dell’angloamericano, lingua utile o più utile, lingua passepartout, in Italia abbia ormai respinto il francese oltre i cancelli del normalmente studiabile-parlabile, con danni per la cultura che sono, in spiccioli, perdite di orecchio musicale, di esercizio alla duttilità e al movimento vocale, di mondi di conoscenza storica, letteraria e specialmente sociale e umana, di fonti di spiritualità mediatrice, di libertà critica illimitata.
La deplorazione mi trova pienamente d’accordo, naturalmente. E tale collocazione di argomenti linguistici in prima pagina è una importante apertura del giornale: la lingua (e le lingue) non sono indifferenti alla polis e l’antropologia del parlante è basilare nell’analisi politica. Chi è familiare di alfabeti, suoni, linguaggi di altri popoli, meglio saprà trattare anche di finanza, mercato, lavoro, ecologia, tecnologia - quando invece l’ignoranza e l’allucinazione prevalgono sempre più, disastrosamente, nella vita pubblica, sulla visione realistica e libera delle cose.
Parlare soltanto, bene o male, un inglese da lavoro, utile a non sfigurare, un inglese da Cantatrice Calva, fa brancicare il politico nei labirinti anche quando si esprime nel suo italianaccio parlamentare. E non credo aiuti a capire mondo i politici anglofoni, la loro monolingua dominante usata esclusivamente e universalmente. Da una parte e dall’altra la monolingua soccorre male in una vera trattativa internazionale. Un cosmopolitismo d’albergo, d’aereo e di tavolo è altra provincia, un isolamento da bancone di Edward Hopper...
Un politico che parli, legga, scriva francese è meglio attrezzato, ha una riserva sterminata di pensiero dove pescare quel che gli serve, quel che lo può orientare, quel che lo può emendare intellettualmente. (Se non è un poltrone, s’intende).
Ma dire Francia - come Italia - è dire un aligero corpo pneumatico, innanzitutto: la conoscenza dell’idioma che ne deriva ne è l’unica chiave. Come osservazione personale posso dire questo: di chiave in chiave, il francese mi ha dato accesso sussidiario fondamentale al mondo semitico, ebraico, arabo, biblico e coranico, nel quale senza viaggiare ho viaggiato per buona parte della vita.
Non c’è paragone tra le versioni coraniche critiche di Régis Blachère o di Jacques Berque e le nostre di Bausani e di Bonelli, tra la Bibbia di Edouard Dhorme e le nostre, ebraiche, cattoliche o evangeliche. Nei Meridiani è comparsa in edizione critica la raccapricciante versione biblica di Giovanni Diodati - utile soltanto a far sghignazzare del testo scritturale, se mai si passi di là . Ma un luogo come la libreria orientalista Geuthner nella Rue Vavin al 14° non lo trovi in Italia: e una libreria così (una lunga caverna del sapere) è porta del Cielo.
Poche lingue danno tanta felicità e inondazione di luce come la francese. Oscurarne la diffusione e penetrazione nei giovani apprendenti è oscurare in loro una lampada che col suo lume attenua la pena del vivere e del non-capire in cui ci contorciamo di doglie.
Difficile trovarne un’altra, vivente, che dia, mediante il saggio e l’opera letteraria, altrettanto piacere di scrutare nei segreti dello speco mentale col microscopio puntato ai visceri e a psiche, di emergere con qualcosa di chiaro, di afferrabilmente afferrato, dal fondo oceanico delle vicende umane.
Siamo, tutte le europee d’Occidente, lingue più o meno inquinate dall'angloamericano sempre più voluto invadente: dunque, per noi parlanti cis-transalpini, suonano con malevola insistenza le campane. Il francese si difende un po’ di più, e di malavoglia, l’italiano è arrivato all’inglese d’obbligo e a un ignobile servilismo bilinguista.
Le Temopili della lingua sono là , finiremo per non essere neppure trecento a difenderle con gli scudi. Bisognerebbe buttarsi quasi esclusivamente sulla lingua letteraria (fino a metà Ventesimo) e limitare quanto si può il parlato e il gergo manageriale (limitarli - se proprio necessari - aborrendoli). L’audizione teatrale può dare una mano, e lo scavo mnemonico e filologico solitario. Un combattimento onorevole, sapendo che alla fine «i Persiani passeranno».